TUTTA LA RICCHEZZA DEL TEATRO SOCIALE

TUTTA LA RICCHEZZA DEL TEATRO SOCIALE

Ho imparato che le persone possono dimenticare ciò che hai detto, le persone possono dimenticare ciò che hai fatto, ma le persone non dimenticheranno mai come le hai fatte sentire”. Mentre Donatella Antognozzi riverbera le parole di Maya Angelou, brucia la pavimentazione del cortile dei Musei Civici di Palazzo Buonaccorsi. È un calore che pervade corpi e stanze quello che si adagia sulla città di Macerata in un pomeriggio d’estate fatto di assenze e silenzio.

Ma per lei questo sembra essere il momento migliore, per raccontare e raccontarsi. Camminando. In mano soltanto qualche riga di appunti, con sopra impresso il senso di una passione: quel teatro sociale che ha applicato, con meticolosa dedizione, al suo lavoro di assistente sociale.

Donatella in questo modo trasferisce dentro tutto il calore che sembra rimbalzare sulle mura di questo scrigno di storia e memoria. Si muove, calma, tra quadri e sculture. Tra porte e monitor. Tra pareti e specchi. Qui tutto trasuda arte, quell’arte che, dopo aver partecipato ad un corso presso la Comunità di San Patrignano, ha legato a doppio filo a deontologia, metodologia, conoscenze e tecniche del Servizio Sociale. Sperimentando. E mettendosi in discussione.

E’ stato un modo particolare di tenere insieme l’esperienza professionale, maturata negli anni in ambiti diversi e la mia passione per l’arte e per il teatro. Frequentare quel corso è stata l’occasione formativa che cercavo da tempo. Un’esperienza illuminante, che mi ha allargato gli orizzonti”.

L’Operatore di Teatro nel Sociale (per il quale esiste un registro nazionale, con tanto di marchio registrato presso il Ministero dello Sviluppo Economico) possiede infatti una propria metodologia, con competenze sia artistico-espressive che di progettazione di attività e laboratori, nella conduzione di gruppi e nel lavoro di equipe con operatori che hanno in carico specifiche utenze.

Così, attraverso attività ludico-espressive, opportunamente pensate e sapientemente articolate, il Teatro Sociale diventa una forma di ‘terapia’, laddove assume un valore pedagogico e attiva un cambiamento interiore nei partecipanti. “È uno strumento di crescita – tiene a precisare Donatella – di superamento dei propri limiti, di espressione del proprio mondo interiore e di integrazione sociale, in contesti di fragilità e disagio. Lavorando attraverso il corpo, la mente, la relazione, esso crea uno spazio di narrazione, di esplorazione di sé e del ‘territorio’, di presa di coscienza; uno spazio di libertà espressiva, dove ad ognuno si riconosce la propria unicità, uno spazio di non giudizio, di protezione, di condivisione di pensieri, emozioni e conquiste; un luogo di sperimentazione, di conoscenza di sé e degli altri, di superamento di stereotipi, pregiudizi, etichette, in un clima di collaborazione e fiducia; un luogo dove teatro e arte tornano ad essere un mezzo di comunicazione in grado di operare un cambiamento anche sociale”.

Animazione ludica, esercizi di espressione corporea, uso delle immagini, attività di gioco, attività incentrate sulla comunicazione non verbale: sono quelli che lei definisce “gli strumenti potenti” capaci di dare origine ad una differenza di approccio. “Credo che sia importante nella vita, nel teatro e nelle professioni di aiuto conoscere se stessi, prendersi cura di sé, alimentare la propria creatività, esplorare dentro se stessi, lasciarsi sorprendere, far tesoro degli insegnamenti altrui, saper fare i conti con ciò che ci può ferire e destabilizzare”.

C’è grande fermento, sia in ambito nazionale che comunitario, su questo fronte. E l’idea, quindi, diventa quella di organizzare attività, iniziative ed eventi di formazione di Servizio Sociale utilizzando queste stesse tecniche. Una formazione rivolta a colleghi assistenti sociali, a gruppi di lavoro, a operatori nel sociale, agli allievi dei corsi OSS e per assistenti familiari, ad eventi di sensibilizzazione alla cittadinanza. “La formazione, a differenza della docenza che è preminentemente frontale, è fortemente interattiva tra formatore e partecipanti e tra i partecipanti stessi”.

E per rafforzare questa visione, Donatella trova ne “I Porcospini” di Schopenhauer una determinante chiave di lettura: “L’aula è un luogo protettivo dove i partecipanti avvertono di potersi togliere la maschera di coatta maturità, un luogo che facilita un processo di ristrutturazione emozionale e cognitiva, anche tramite suggestioni, metafore, storie, aneddoti”.

Lì si possono costruire relazioni significative interpersonali e di gruppo affinché il gruppo stesso divenga risorsa e strumento nel processo formativo.

Ci si prende cura di sé e si favorisce benessere sociale, attraverso esperienze nutritive e che possono durare nel tempo. Quando ci si mette in gioco le relazioni cambiano e si arricchiscono, i limiti si possono riconoscere, si attivano e riattivano canali emotivi; le persone e le visioni al di là delle proprie differenze si ricompongono in chiave inclusiva”.

In questo modo – spiega mentre scivola nell’ennesima stanza, mentre la luce gioca ad incrociarsi con i vari elementi e i suoi appunti continuano ad adagiarsi come se fossero alla ricerca dello spazio perfetto – non solo si può imparare a convivere e a rispettare le differenze, seppure non accettandole fino in fondo, ma le stesse possono divenire strumento importante di confronto, di visione diversa, di ricchezza, di connubio di risorse nuove.

[testo, foto e video a cura di Andrea Braconi]


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